Terzo racconto - parte seconda

scritto da Beppe Tritone
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Immagine di Beppe Tritone
Autore del testo Beppe Tritone
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In cui Riccardo guida il paese verso la casetta.
- Nota dell'autore Beppe Tritone

Testo: Terzo racconto - parte seconda
di Beppe Tritone

Il sentiero era stretto e tortuoso.
Foglie secche scricchiolavano sotto i passi, rami bassi sembravano braccia tese.
Il paese avanzava, trascinando il silenzio come fosse una coperta pesante.

Riccardo F. apriva la strada.
Occhiali storti, giacca troppo grande, lente sempre in mano.
Ogni tanto si fermava, indicava un segno sul terreno, una foglia piegata, una piccola scia.

«Vedete?» disse. «Ogni passo che fate vi avvicina alla verità.
Ogni esitazione vi allontana da chi avete deciso di ignorare.»

Il commissario Passalacqua borbottava.
«Ma cosa pensi di trovare?»
«Qualcuno che vi ha insegnato quanto siete vigili… o quanto siete ciechi.»

Gino Balocchi annotava freneticamente, cercando di non perdere nulla: la postura di ciascuno, i gesti nervosi, la velocità dei passi.

Arrivarono davanti alla casetta abbandonata.
Riccardo si fermò e girò lo sguardo verso il paese.
«Chi ha paura, resti qui,» disse.
Nessuno si mosse, ma tutti inspirarono profondamente.

Riccardo aprì la porta con cautela.
Dentro, tutto era polveroso, immobile.
Eppure… c’era Ermete, seduto su una sedia che non era la sua, con gli occhi che sembravano dire: finalmente qualcuno ha visto.

Il confine oscillò leggermente, come per dire: è il momento di guardare.

Riccardo F. si avvicinò e disse:
«Ermete, il paese ti ha dimenticato.
Ma io no.»

Ermete alzò un sopracciglio e sorrise un po’, timidamente.
«Non pensavo che qualcuno avrebbe notato,» disse.
«E invece sì,» rispose Riccardo. «Ora tutti devono guardare, anche chi credeva di poter ignorare.»

Il silenzio cadde sul paese.
Non più pesante, non più imbarazzato.
Ma attento.

E così San Pellegrino in Alpe cominciò a comprendere che la sparizione non era mai stata il problema.
Il problema era il modo in cui tutti avevano scelto di fingere di non vedere.

Ermete si alzò dalla sedia come se si fosse svegliato da un lungo sonno.
Il barista lo guardava incredulo, il commissario Passalacqua tamburellava nervoso sulle ginocchia, e Gino Balocchi teneva il quaderno stretto come fosse un’arma.

«Allora… siete tutti qui,» disse Ermete, con un filo di voce, ma senza paura.
Il paese rimase immobile.
Non sapeva se applaudire, scappare, o semplicemente tornare a casa come se nulla fosse.

Riccardo F. si piegò verso di lui.
«Ben tornato,» disse piano.
«Ma non sei tornato per il tuo bene.
Sei tornato per far capire agli altri cosa hanno fatto mentre tu eri assente.»

Il barista provò a rompere il silenzio.
«Ma… perché te ne sei andato?»
Ermete scrollò le spalle.
«Non me ne sono andato. Mi hanno… spostato.
E voi avete deciso che era più comodo non notarlo.»

Il commissario Passalacqua tentò di giustificarsi.
«Non volevamo… proteggere il paese!»
Riccardo F. lo interruppe.
«Proteggere il paese significa mentire al paese.
E mentire al paese significa ignorare chi c’è davvero.»

Qualcuno tra gli abitanti arrossì.
Altri abbassarono lo sguardo.
Qualcuno tentò un sorriso goffo, come per dire: non era colpa mia.

Gino Balocchi annotava ogni dettaglio.
Ogni gesto, ogni esitazione, ogni sguardo: una mappa delle responsabilità silenziose.

Ermete, invece, rimaneva fermo.
Non rabbioso, non triste. Solo presente.
E il paese, finalmente, iniziava a vedere quello che aveva scelto di ignorare:
che una sparizione non si misura solo in assenze, ma in complicità silenziose.

Riccardo F., aggiustandosi gli occhiali storti, concluse:
«Ecco.
Ora sapete quanto è potente il silenzio.
E quanto è ingombrante chi decide di smettere di ignorarlo.»

Il confine, fuori, fece un movimento lento, come per applaudire.
San Pellegrino in Alpe respirava, sospeso tra verità e finzione, mentre il detective scalcinato sorrideva storto.

Il bar, il dopolavoro, la piazza… tutto sembrava uguale, eppure diverso.
Ermete era tornato, e con lui era tornata la coscienza del paese.

Il barista fu il primo a muoversi.
«Ermete, vuoi un caffè?»
Ermete scosse la testa, ma accennò un sorriso.
Non era un sorriso di gioia, ma di riconoscimento: qualcuno finalmente stava facendo qualcosa di giusto.

Il commissario Passalacqua, impacciato come sempre, tentò di riprendere l’autorità.
«Dobbiamo… registrare… l’accaduto?»
Riccardo F. fece un passo avanti.
«No. Serve solo attenzione.
Registrare servirebbe a dimenticare di nuovo.»

Gino Balocchi suggerì una cosa pratica:
«Forse dovremmo ripercorrere il sentiero insieme, controllare la casetta.»
«Perfetto,» disse Riccardo, «ma senza fingere.
Guardare significa vedere cosa abbiamo ignorato, non solo controllare ciò che è visibile.»

Gli abitanti del paese si scambiarono sguardi esitanti.
Qualcuno voleva correre via.
Qualcun altro voleva ridere per sdrammatizzare.
Ma alla fine tutti seguirono Riccardo e Ermete lungo il sentiero.

Il confine oscillava leggermente, come se fosse curioso di vedere chi avrebbe avuto il coraggio di guardare davvero.

Lungo la strada, Riccardo osservava i gesti di ciascuno.
«Chi cammina piano,» disse, «ha paura.
Chi guarda altrove, ha vergogna.
Chi sorride nervosamente, sa qualcosa e teme di ricordarlo.»

Ermete, invece, camminava tranquillo.
Non aveva paura.
Non aveva rancore.
Solo pazienza.

Quando raggiunsero la casetta, Riccardo si voltò verso il paese.
«Ora sapete cosa significa ignorare.
E cosa significa ricordare.»

Il silenzio cadde.
Non più pesante.
Non più imbarazzato.
Ma carico di responsabilità.

San Pellegrino in Alpe, per la prima volta, cominciava a capire che una sparizione non è mai neutra.
E che chi torna, anche senza clamore, può cambiare tutto.

La discussione scoppiò come scoppiano le discussioni nei paesi piccoli:
tutti insieme, senza ordine, e sulle cose sbagliate.

«Io non c’entro!»
«Ma se sei stato tu a dire che non era un problema!»
«Io l’ho solo detto per quieto vivere!»
«E vivere quieto è già una colpa, ormai?»

Riccardo F. ascoltava in silenzio, seduto su una panchina che pendeva verso l’Emilia.
Ermete gli stava accanto, tranquillo, come uno che ha già capito tutto e ora si gode lo spettacolo.

Il commissario Passalacqua provò a mettere ordine.
«Uno alla volta!»
Ma nessuno lo ascoltava: il paese non aveva mai rispettato una fila, nemmeno per indignarsi.

Gino Balocchi scriveva a raffica.
Non riportava le accuse, ma le contraddizioni.
«Interessante,» mormorò, «ognuno accusa qualcun altro di aver fatto ciò che lui stesso avrebbe fatto.»

A un certo punto qualcuno disse la frase fatale:
«Ma tanto Ermete non è mica morto.»

Il silenzio calò all’improvviso.
Ermete si girò lentamente.
«No,» disse calmo. «Però avete provato cosa si prova a farmi sparire.
E vi è piaciuto più del dovuto.»

Riccardo F. sorrise storto.
«Ecco il punto,» disse.
«Non cercate il colpevole.
Cercate il momento in cui avete smesso di farvi domande.»

Qualcuno parlò del Museo.
Qualcuno del confine.
Qualcuno, sottovoce, del sindaco lontano.
Le versioni si accavallavano, si mangiavano, si annullavano a vicenda.

«Perfetto,» disse Riccardo alzandosi.
«State facendo la cosa giusta.»
«Litigare?» chiese qualcuno.
«No,» rispose lui. «Ricordare male.
È sempre il primo passo verso ricordare meglio.»

Il confine, fuori, fece un piccolo scatto.
Non un movimento politico.
Un movimento nervoso.

Ermete guardò il paese e concluse:
«Ora sapete che non servono manette per far sparire qualcuno.
Basta che tutti smettano di far caso alla sua sedia vuota.»

San Pellegrino in Alpe capì che il problema non era più cosa era successo,
ma cosa sarebbe successo adesso.

La versione ufficiale nacque al bar, come tutte le cose destinate a non durare.

«Diciamo che Ermete si era allontanato volontariamente,» propose qualcuno con tono pratico.
«Un periodo di riflessione,» aggiunse un altro.
«Magari un ritiro spirituale,» azzardò un terzo, che non aveva mai fatto pace nemmeno con se stesso.

Il commissario Passalacqua, sollevato, annuì.
«Ecco. Ordinato. Non accusatorio.»

Riccardo F. alzò lo sguardo dal bicchiere vuoto.
«Troppo lungo,» disse.
«Come?»
«Una bugia efficace sta in una frase sola.
Questa ne ha tre. È già sospetta.»

Silenzio.
Ermete sorseggiava acqua, guardando il riflesso del soffitto nel bicchiere.
«E poi,» aggiunse piano, «non mi sono mai allontanato volontariamente.
Mi avete accompagnato via come si accompagna un mobile fuori moda.»

Qualcuno rise nervosamente.
Qualcun altro si offese.
«Non è vero!»
«Era per il bene di tutti!»

Riccardo F. si alzò in piedi.
«Il problema della versione ufficiale,» disse,
«è che serve a far dormire tranquilli quelli che non hanno mai avuto insonnia morale.»

Indicò Ermete.
«Lui è la prova che la versione ufficiale non serve più.
Perché la realtà è tornata a sedersi con voi.»

Il confine, fuori, fece un rumore secco.
Come un colpo di tosse.

Passalacqua sospirò.
«E adesso?»
Riccardo sorrise storto.
«Adesso fate la cosa più difficile per un paese piccolo.»
«Cioè?»
«Niente.
Continuate a vivere sapendo.»

Ermete si alzò, prese la sua sedia e la riportò al bar.
La rimise esattamente dov’era prima.
«Non voglio scuse,» disse.
«Voglio solo che, la prossima volta che qualcuno sparisce,
vi accorgiate prima.»

Nessuno rispose.
Ma nessuno distolse lo sguardo.

E così la versione ufficiale morì sul nascere,
uccisa da una cosa insopportabile per chi ama le scorciatoie:
la verità semplice.

Il giorno dopo, San Pellegrino in Alpe tentò di fare quello che sapeva fare meglio:
fingere che nulla fosse successo.

Il bar aprì all’orario di sempre.
La briscola ricominciò con le stesse accuse di sempre.
Il confine tornò a oscillare come se niente fosse.

Eppure.

C’era una sedia in più che tutti guardavano troppo.
C’era un uomo – Ermete – che adesso era presente con troppo significato.
E c’era Riccardo F., seduto in un angolo, che osservava come si osserva un meccanismo difettoso.

Il barista fece un caffè a Ermete senza chiedere.
Ermete ringraziò.
Il silenzio durò più del necessario.

«Vedi?» disse Riccardo a Gino Balocchi.
«La normalità funziona solo quando nessuno la guarda.»

Passalacqua entrò, controllò che tutto fosse tranquillo e uscì subito.
La tranquillità, in quel momento, era sospetta.

Qualcuno provò a raccontare una barzelletta.
Non fece ridere.
Qualcun altro parlò del tempo.
Era sbagliato.

«Non tornerà come prima,» disse Ermete piano.
«E va bene così.»

Riccardo annuì.
«La normalità è una convenzione.
Avete solo cambiato le clausole senza leggere il contratto.»

Il confine, come per confermare, fece un movimento più ampio del solito.
Un gesto teatrale, quasi da sipario.

La gente capì che qualcosa si era spostato davvero.
Non Ermete.
L’attenzione.

E mentre il paese cercava di rimettere in moto le abitudini,
Riccardo F. capì che il suo lavoro stava finendo.

O forse stava appena cominciando.

Riccardo F. stava per andarsene.
Aveva già piegato male la giacca, infilato gli occhiali nel taschino sbagliato, salutato senza salutare.

Fu allora che arrivò la voce.
Non una notizia.
Una mezza frase, come arrivano sempre le cose importanti.

«Lo sai, vero,» disse il postino, appoggiato al muro,
«che Ermete non è stato l’unico.»

Riccardo si fermò.
Non si voltò subito.
Aspettò che la frase facesse effetto.

«In che senso?» chiese infine.
«In altri paesi,» continuò il postino,
«gente che sparisce senza sparire.
Stesse storie.
Stessi silenzi.»

Gino Balocchi, che passava di lì, smise di scrivere.
Era raro.

Riccardo F. sospirò.
«Non è un caso locale,» disse.
«È un metodo.»

Il commissario Passalacqua si avvicinò, preoccupato.
«Vuoi dire che qualcuno—»
«No,» lo interruppe Riccardo.
«Vuol dire che molti hanno imparato la stessa scorciatoia.»

Il confine, fuori, oscillò lentamente, come se stesse pensando a tutti gli altri confini possibili.

Ermete ascoltava in silenzio.
Poi disse:
«Allora non sono stato scomodo.
Sono stato istruttivo.»

Riccardo sorrise.
«Esatto.
E questo spiega perché vi hanno lasciato vivi tutti.»

Un brivido attraversò il gruppo.
Non di paura.
Di ampiezza.

«Io me ne vado,» disse Riccardo F., finalmente.
«Ma non perché il lavoro è finito.
Perché ora sapete cosa guardare.»

Si incamminò verso il sentiero.
La giacca ondeggiava.
Il passo era sbilenco ma deciso.

San Pellegrino in Alpe rimase lì,
con un uomo tornato,
una verità allargata,
e la scomoda certezza che la prossima sparizione
non sarebbe stata così facile da ignorare.

Riccardo F. partì senza saluti ufficiali.
Niente strette di mano, niente discorsi.
Solo un cenno al barista, un’occhiata al confine e una frase detta a mezza voce:
«Tenetelo d’occhio.»

Il paese lo guardò allontanarsi lungo il sentiero, storto come sempre,
con quella camminata da uomo che non appartiene mai del tutto a un posto.

Ermete rimase.
Seduto sulla sua sedia.
Non come prima.
Ora era una presenza consapevole, e questo metteva a disagio tutti.

Il commissario Passalacqua tornò alle sue mansioni minime.
Le mucche sconfinavano ancora.
Le liti ripresero.
Ma ogni tanto qualcuno si fermava e diceva:
«Aspetta.»

Gino Balocchi scrisse l’articolo più breve della sua carriera.
Non spiegava tutto.
Non accusava nessuno.
Diceva solo:
“A San Pellegrino in Alpe, per qualche giorno, qualcuno si è accorto di qualcuno.”

Il confine continuò a muoversi, ma con più cautela.
Come se sapesse di essere osservato.

E il paese capì, lentamente, una cosa semplice e fastidiosa:
che non servono delitti per sporcare una coscienza,
che non servono colpevoli per creare danni,
e che la cosa più pericolosa di tutte
è decidere insieme di non vedere.

Riccardo F. non tornò.
Ma lasciò dietro di sé qualcosa di peggio di un’indagine:
un’abitudine nuova.

E San Pellegrino in Alpe, da quel giorno,
quando una sedia restava vuota,
la notava subito.

Fine del terzo racconto.

Postfazione

(in cui non si spiega tutto, ma quasi)

Questa storia non parla di un delitto.
O meglio: parla di un delitto che non fa sangue, non finisce sui giornali grossi e non richiede sirene.
Parla di quelle sparizioni che avvengono per consenso diffuso, con la stessa naturalezza con cui si sposta una sedia per far passare qualcuno.

San Pellegrino in Alpe non è colpevole.
È molto peggio: è normale.
Fa quello che fanno i paesi, le comunità, le organizzazioni, perfino le famiglie, quando qualcosa disturba l’equilibrio:
abbassa il volume, cambia discorso, aspetta che passi.

Ermete non è un eroe.
È uno che c’era sempre, e proprio per questo dava fastidio.
Ricordava male, parlava fuori tempo, occupava spazio senza chiedere permesso.
Ed è incredibile quanto spesso, nella vita vera, sia proprio questo a rendere qualcuno sacrificabile.

Riccardo F. non è un detective come gli altri.
Non cerca colpevoli, non ama le soluzioni, non consegna nessuno alla giustizia.
Fa una cosa più scomoda: costringe a guardare.
E poi se ne va, perché restare sarebbe inutile.
Le verità, se spiegate troppo a lungo, diventano di nuovo arredamento.

Il confine, come sempre, si muove.
Perché i confini non sono mai fissi:
sono d’accordo solo finché nessuno li osserva davvero.

Se questa storia lascia una sensazione strana, non è un errore.
È il segnale che qualcosa funziona.
Perché le storie che finiscono bene rassicurano,
quelle che finiscono giuste inquietano.

E se, da domani, ti capiterà di notare una sedia vuota un po’ prima del solito,
allora sì:
questa storia avrà fatto il suo lavoro.

Terzo racconto - parte seconda testo di Beppe Tritone
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